Ora la LIA divide il Cantone

Manifesto degli artigiani: «Ridateci il nostro lavoro»

La legge che ha istituito l’albo degli artigiani a difesa delle aziende ticinesi, l’ormai famosissima Lia, sta spaccando la società, l’economia e la politica del Cantone di lingua italiana.

L’affermazione può sembrare eccessiva, ma non lo è. Nelle ultime settimane alcuni eventi hanno testimoniato in modo plastico il superamento del livello di guardia nello scontro politico-istituzionale.

Centinaia di artigiani hanno convocato per il prossimo 9 maggio, a Bellinzona, una manifestazione contro la Lia. Dopo aver raccolto oltre 4.600 firme, hanno lanciato la protesta di piazza con toni molto duri.

Nel loro manifesto si legge: «731 attività hanno dovuto gettare la spugna a causa della Lia, non si sa quanti siano i posti di lavoro persi, mentre 1.000 aziende straniere ora hanno visibilità e certificazione per operare sul territorio. Bisogna impedire che solo ai giovani ticinesi venga ostacolato l’avere un’attività propria, in futuro, in Ticino. Molti di noi rivogliono il loro lavoro, la loro dignità e serenità».

Nel mirino di questi imprenditori c’è soprattutto l’Unione Associazioni dell’Edilizia (Uae), una sorta di Confartigianato ticinese (controllata però dalle grandi imprese) che insiste nel chiedere il mantenimento dell’albo attraverso una revisione della Lia.

A questo scopo, l’Uae ha avviato due iniziative. La prima: ha presentato ricorso al Tribunale federale di Losanna contro le sentenze con cui il Tribunale amministrativo ticinese aveva dichiarato l’illegittimità della legge ormai in vigore da due anni e votata con un’amplissima maggioranza dal Gran Consiglio. Un ricorso, ha detto il presidente dell’Uae, Piergiorgio Rossi, che si fonda principalmente sul fatto che «il mercato del lavoro in Ticino è del tutto diverso rispetto al resto della Svizzera».

La seconda: ha presentato al governo e al Parlamento di Bellinzona una proposta di «correzione» della legge elaborata da un gruppo di lavoro composto da deputati del Gran Consiglio, sindacalisti ed esperti della stessa Uae.

Com’è noto, il Consiglio di Stato ha annunciato, a marzo, la volontà di chiedere al Gran Consiglio l’abrograzione della Lia. Questo perché le sentenze dei giudici amministrativi e le analisi degli uffici legislativi di Palazzo delle Orsoline concordano sulla illegittimità della norma, discriminatoria verso alcune categorie di imprese e contraria al «diritto superiore», ovvero alle leggi federali e agli accordi internazionali di libera circolazione stipulati dalla Confederazione Elvetica con l’Unione Europea.

Secondo la Commissione federale sulla Concorrenza (Comco), l’autorità indipendente di Berna corrispondente al nostro Garante, la sola iscrizione all’albo, anche gratuita, violerebbe la legge sul mercato interno. I ricorsi al Tribunale federale dell’Uae hanno quindi lo scopo di dirimere dal punto di vista giuridico una questione altrimenti da rimettere nelle mani di una politica troppo condizionata dalle campagne anti-italiane di Lega e Udc e incapace di assumere una decisione coerente.

La vicenda è davvero spinosa e, come detto, ha aperto una ferita profondissima nel tessuto sociale ticinese. Nata per contrastare i “padroncini” italiani, la Lia è presto diventata un motivo di scontro tutto interno al mondo politico-economico del Cantone.

E quanto detto pochi giorni fa dal nuovo presidente della Comco, Andreas Heinemann, non aiuterà certamente a trovare una soluzione. Intervistato dai media ticinesi nella conferenza stampa seguita al suo insediamento, Heinemann è stato chiarissimo. «Anche togliendo l’obbligo di pagare una tassa, quello di registrazione è già un problema. Sarebbe lecito se vi fosse un chiaro interesse pubblico preponderante. La legge federale sul mercato interno pone limiti chiari. Il mercato fra Cantoni deve essere libero. La Comco ha anche analizzato possibili fattori straordinari che potessero giustificare una regolamentazione diversa per il Ticino, ma non ne ha trovati».

La “straordinarietà” della situazione ticinese invocata dal presidente dell’Uae, secondo Heinemann non esiste.

«È vero – ha aggiunto – la situazione economica è diversa da regione a regione. E nel mercato interno della Confederazione sarebbe auspicabile che una regione sostenesse l’altra in un gioco di ribilanciamento economico. Ma sempre restando in un regime di mercato libero, in cui le condizioni sono uguali per tutti».

Secondo il presidente della Comco, «gli artigiani degli altri Cantoni devono poter offrire liberamente i propri servizi in Ticino. Sono aziende che nei propri Cantoni soddisfano ogni criterio per essere attivi sul mercato. Perché devono essere obbligati a soddisfarne altri e del tutto speciali in un altro Cantone? Se fosse così ci ritroveremmo di nuovo in un’epoca in cui esistono confini di mercato cantonali. Qualcosa di inammissibile».

Dario Campione