Il superfranco non c’è più ma l’export ticinese brinda alla moneta debole

In arrivo sgravi fiscali per rilanciare l’attrattività del Cantone

Il franco svizzero oscilla pericolosamente sull’altalena dei cambi. E molti sono costretti a rifarsi i conti in tasca. Per capire che cosa significhi davvero un euro nuovamente più forte e più stabile.

È durata tre anni l’euforia del superfranco, forse anche meno. Dalla parità conquistata d’un balzo, una mattina di gennaio di tre anni fa, alla paura del collasso della moneta unica rimasta sotto la soglia di 0,98 per una manciata di giorni; sino alla lenta ma costante risalita. Culminata, nelle ultime settimane, nel ritorno in zona 1,20.

I primi a guardare dritto in faccia alla nuova realtà sono stati i frontalieri, dato che il loro potere d’acquisto è diminuito.

Tre anni fa, dopo la decisione della Banca Nazionale di Berna di sganciare il franco dalla soglia minima, molte aziende avevano tagliato i salari del 10 o 15%.

«In tutti gli accordi di crisi firmati dal sindacato era stata inserita una clausola di salvaguardia – dice Andrea Puglia, responsabile frontalieri di Ocst – in pratica era stato stabilito di legare il salario alle oscillazioni del franco».

I frontalieri interessati da queste contrattazioni si sono visti gradualmente “risarcire”.

I loro stipendi sono cioè cresciuti in modo inversamente proporzionale all’indebolimento della valuta rossocrociata.

Non è tuttavia certo che tutte le imprese abbiano riconosciuto ai lavoratori provenienti d’oltreconfine un identico adeguamento salariale.

«Dove sono stati firmati accordi con noi questo è successo – insiste Puglia – ovviamente non posso garantire né affermare con certezza che ovunque si sia tornati alla situazione di partenza. E per il momento, tuttavia, non sono stati segnalati casi particolari».

Certo è che il franco più debole non sembra essere vissuto dal mondo imprenditoriale ticinese come un problema. Tutt’altro. Le moltissime aziende che esportano aspettavano da tempo che la valuta svizzera perdesse terreno sulla moneta unica.

«In effetti – dice ancora Puglia – i maggiori svantaggi di un apprezzamento dell’euro sono per chi deve acquistare le materie prime. Il vantaggio competitivo di chi vende soprattutto all’estero è invece notevole, e in Ticino si tratta della maggioranza delle aziende».

Tutto bene, quindi? I segnali provenienti dal mercato del lavoro restano positivi e le attese del mondo imprenditoriale sono rivolte a una ulteriore crescita. Anche grazie al via definitivo al pacchetto di sgravi fiscali approvato lo scorso dicembre dal Gran Consiglio e poi ratificato il 29 aprile con un referendum vinto per poche decine di voti. Il Dipartimento dell’Economia e delle Finanze ha ipotizzato sgravi fiscali per 52,2 milioni di franchi e un obiettivo preciso: rilanciare l’attrattività del Ticino.

Molto dipenderà, però, proprio dai destinatari della riduzione delle tasse.

Nella loro assemblea, celebrata proprio a ridosso del voto referendario, gli industriali hanno ovviamente chiesto che i 52 milioni servano soprattutto per alleggerire il carico fiscale delle aziende, in modo che le stesse possano creare lavoro.

Nella nota ufficiale che il pubblicato poche ore dopo la chiusura delle urne referendarie, il concetto è stato comunque espresso in modo chiaro: «Il Ticino potrà compiere un concreto passo avanti per migliorare l’attrattività del suo sistema tributario. Sarà possibile procedere a riduzioni mirate dell’onere fiscale a carico di aziende e cittadini, e introdurre una serie di incentivi a favore delle giovani aziende innovative (start-up)».

Meno tasse per tutti. E forse non è soltanto una battuta.

Dario Campione

 

Lo studio
L’economia cresce grazie agli italiani

(da.c.) L’Ufficio cantonale di Statistica (Ustat) ha pubblicato a fine aprile uno studio (a cura di Oscar Gonzalez e Silvia Walker) sull’evoluzione dell’economia ticinese tra il 2011 e il 2015. Nelle 13 pagine fitte di dati e tabelle, la parola «frontaliere» non è mai citata.

Ma molti numeri e la stessa descrizione della realtà fanno pensare che la crescita del tessuto economico ticinese sia dovuta in buona parte all’apporto della manodopera italiana e al vantaggio competitivo che essa offre in termini di minore costo del lavoro.  In estrema sintesi, le imprese sono aumentate del 17,1% mentre i posti di lavoro (considerati complessivamente come «equivalenti a tempo pieno») del 7,4%. «Variazioni considerevolmente più elevate rispetto a quelle registrate su scala nazionale» che non sono andate oltre il 5 e il 3,9%, scrivono i ricercatori dell’Ustat. Per spiegare questo fenomeno, gli esperti di Bellinzona scrivono: «L’economia cantonale è stata in grado di distinguersi soprattutto grazie a specificità regionali, che hanno dato un impulso addizionale all’avanzata. Soprattutto alcune attività emergenti del terziario hanno beneficiato degli impulsi positivi locali, come le attività dei servizi sanitari, gli studi di architettura e d’ingegneria, le attività di programmazione e consulenza informatica o le attività professionali, scientifiche e tecniche. In altri casi, i vantaggi competitivi locali sono stati in grado di sormontare il freno derivante dalla dinamica negativa nazionale, come per il commercio all’ingrosso o l’industria alimentare, mentre in altri è prevalso l’influsso negativo nazionale, come per il commercio al dettaglio». La parola frontaliere non c’è. Ma il senso della riflessione è chiarissimo.

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