«Se la disoccupazione fosse a zero avremmo comunque bisogno della manodopera italiana»

Parla Alessandra Zumthor, direttore del “Gdp”

Alessandra Zumthor è dal 2015 direttrice del “Giornale del Popolo”, quotidiano ticinese fondato nel 1926 dal vescovo di Lugano e, dopo un periodo di partnership con il “Corriere del Ticino”, da poco tornato in autonomia, sotto la gestione della Diocesi luganese.

La giornalista 44enne, sposata  e madre di due figli, è tornata al “Gdp” (dove aveva iniziato), dopo 15 anni al tg della RSI, dove è stata capoedizione, redattrice, inviata e presentatrice, oltre che referente per le pari opportunità. Il suo, verso il fenomeno dei frontalieri, è quindi un osservatorio particolare.

Come mai i lavoratori italiani oggi sono percepiti come un problema dai ticinesi?

«Credo che la questione del rapporto con i lavoratori frontalieri sia cambiata quando si è toccato il nervo economico – dice il direttore del Giornale del Popolo – Abbiamo avuto per anni una convivenza abbastanza tranquilla. Poi, il Canton Ticino si è reso conto di avere un crescente numero di disoccupati. La disoccupazione saliva e allo stesso tempo esplodevano i numeri dei frontalieri. I numeri a volte fanno paura. Se ci pensate, il Cantone ha una popolazione di circa 350mila persone e vederne altri 60mila che fanno su e giù dall’Italia ogni giorno fa un certo effetto».

Non si tratta però solo di un problema ticinese, ma anche di altre zone di confine.

«Certo, lo si vive a Ginevra e in certe zone della Svizzera tedesca. Qui in Ticino però c’è stato un vero boom. Si tratta anche di una conseguenza degli accordi bilaterali, che hanno portato alla libera circolazione delle persone, prevedendo sì degli argini, che però di fatto non funzionano. Per riassumere – spiega Alessandra Zumthor – possiamo dire che i frontalieri sono percepiti come un possibile problema per tre fattori concomitanti: il loro numero, la crisi economica e le promesse non mantenute degli accordi bilaterali».

È vero che tra chi vorrebbe meno frontalieri ci sono i “nuovi svizzeri”?

«Il Canton Ticino è composto da tantissime persone e famiglie di origine italiana, diventate svizzere nel corso delle ultime generazioni. In queste persone credo scatti un certo meccanismo di autoprotezione del livello di benessere raggiunto, percepito come un privilegio ottenuto e teoricamente a rischio».

Lei dirige un quotidiano che è emanazione del mondo cattolico e dei princìpi cristiani. Come si pone nei confronti delle campagne politiche con toni razzisti e xenofobi?

«Con il nostro mestiere di mediatori. Da una parte non possiamo certo appoggiare a spada tratta le campagne populiste, ma dall’altra non possiamo negare i problemi. Quando escono le statistiche sui frontalieri, cerchiamo anche di interpretare il fenomeno. Cerchiamo di fare anche capire che se oggi la disoccupazione in Canton Ticino arrivasse ipoteticamente a zero, avremmo bisogno comunque di manodopera italiana. Anzi un grandissimo bisogno. Tra i nostri lettori e abbonati abbiamo tanti italiani che oggi risiedono in Svizzera, ma cercano anche notizie vicine alla sfera culturale cristiana, sul Papa, sul Vaticano e la Chiesa cattolica».

In Italia gli immigrati spesso svolgono lavori che gli italiani non vogliono più fare. E’ così anche in Svizzera con i frontalieri? A parte la nicchia dei super specializzati.

«E’ sempre stato così, non solo per la manodopera a basso salario. Pensate ad esempio nel settore sanitario. Nelle case anziani e negli ospedali gli infermieri sono per grandissima parte italiani o stranieri. E non si può dire che in Svizzera si disincentivi la formazione professionale. Il nostro modello di istruzione porta da una parte alla formazione universitaria e dall’altra direttamente alle professioni pratiche. Nonostante questo sistema duale i giovani ticinesi non considerano il lavoro da infermiere in cima ai propri sogni. Inoltre, bisogna comunque notare che da qualche tempo lavoratori stranieri riescono a conquistare anche posti di lavoro ambiti dai ticinesi, per esempio lavori in banca, o informatica specializzata: questo ha esacerbato il confronto. In ogni caso, se oggi ci dovesse essere uno sciopero dei frontalieri, il Canton Ticino si fermerebbe».

Paolo Annoni

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