Ricomincia la battaglia Presentata una mozione per il blocco dei ristorni

Lega dei Ticinesi contro l’accordo del 1974

Ricomincia la battaglia sui ristorni. Attesa. Puntuale. Politicamente inevitabile. Soprattutto per chi ha puntato tutto il suo “tesoro” elettorale sulla questione frontalieri.

Per riportare il tema in primo piano nell’agenda politica, il consigliere nazionale della Lega dei Ticinesi, Lorenzo Quadri, direttore del settimanale “Il Mattino”, ha scelto come d’abitudine un doppio binario: quello istituzionale e quello giornalistico. Sulle pagine del domenicale ha imbracciato il bazooka e da settimane spara a raffica da un lato contro la «Fallitalia» e dall’altro contro il «governicchio» di Bellinzona. Alla Camera Bassa di Berna, invece, lo scorso 14 marzo ha diligentemente presentato una mozione rimanendo, com’è ovvio, dentro il perimetro di un linguaggio più consono al ruolo e all’organismo cui lo stesso documento è rivolto.

In Parlamento, Quadri ha chiesto al governo federale di «denunciare l’accordo con l’Italia sulla fiscalità dei frontalieri essendo le aspettative di concluderne uno nuovo e più equo ormai definitivamente sfumate dopo le recenti elezioni italiane».

 

Sul foglio di partito, invece, ha illustrato in maniera più casareccia i termini della questione: «Ormai l’hanno capito anche i paracarri. Il nuovo accordo con il Belpaese sulla fiscalità dei frontalieri è morto e sepolto. Il futuro governo italiano – vedremo quando i vicini a sud riusciranno a formarlo, e quanto durerà – farà tabula rasa degli impegni presi dai suoi predecessori. Morale della favola: in materia di fiscalità dei frontalieri il Ticino dovrà continuare a sorbirsi il vetusto accordo-ciofeca del 1974, con tanto di ristorni. Quel trattato costituiva un pizzo al Belpaese, affinché riconoscesse il segreto bancario elvetico. Peccato che questo fosse un obiettivo di interesse nazionale e non soltanto ticinese. Il conto però l’ha sempre pagato il solo Ticino. I balivi bernesi si sono a più riprese rifiutati di entrare nel merito di qualsivoglia compensazione: “sa po’ mia!”. Adesso poi, grazie ai calabraghe di Palazzo federale, il segreto bancario è andato a ramengo. E noi dovremmo continuare a pagare il pizzo all’Italia, ossia i ristorni, per qualcosa che non esiste più? “Non siamo mica scemi”!».

Al di là del folklore linguistico che lo caratterizza, Quadri rappresenta nel Parlamento federale il partito di maggioranza relativa in Ticino. Il suo è un atto politico al quale il governo e la stessa Camera dovranno dare una risposta. E anche in tempi relativamente brevi.

Il tema non è nuovo. Tutt’altro. Nel dicembre del 2010 tre deputati cantonali del Partito Popolare Democratico – l’allora presidente del Ppd ticinese Giovanni Jelmini, l’industriale Fabio Regazzi diventato poi consigliere nazionale e Paolo Beltraminelli, oggi membro del governo cantonale – chiesero all’Assemblea federale di valutare la possibile rinegoziazione dell’accordo del 1974, anche per «attenuare l’ammontare del ristorno fiscale a carico del Ticino».

Pochi mesi dopo, alla fine di giugno 2011, lo stesso Beltraminelli appena eletto in consiglio di Stato decise con i colleghi leghisti Marco Borradori e Norman Gobbi di bloccare i ristorni: poco meno di 30 milioni di franchi svizzeri che rimasero nelle casse della Banca di Stato di Bellinzona per molti mesi, creando tra l’altro una mezza crisi diplomatica tra Italia e Svizzera. Proprio dopo quella scelta di rottura, i due Paesi deciso di aprire una trattativa sulla revisione dell’accordo del 1974, sfociata poi nella firma a febbraio 2015 di un protocollo rimasto tuttavia senza seguito.

Da allora, ogni anno i due ministri ticinesi della Lega hanno votato contro il versamento dei ristorni all’Italia restando però in minoranza rispetto agli altri tre componenti dell’esecutivo.

Secondo Quadri, che così si è espresso nella relazione di accompagnamento alla sua mozione, l’accordo del 1974 era «nato come moneta di scambio per il riconoscimento da parte italiana del segreto bancario elvetico» ed è per questo che «oggi non ha più ragione di essere, dato il mutato contesto internazionale. Non è più sostenibile che il Ticino continui a pagare, con i ristorni, il prezzo di quello che era un beneficio generale per tutta la Confederazione. Un beneficio che però non esiste più da tempo».

La tesi espressa del deputato leghista appare un po’ azzardata, un’evidente forzatura, ma indica comunque un dato di fatto: l’insofferenza di una parte importante della classe dirigente ticinese verso l’Italia. Un atteggiamento ostile che nel tempo è diventato un problema politico serio.

Se n’è accorto subito pure il neoministro degli Esteri di Berna, Ignazio Cassis, esponente del Partito Liberale Radicale e uomo al quale tutto il Ticino politico guarda con speranza proprio in vista di una ricucitura con l’Italia.

Incontrando alla fine di marzo di quest’anno il Consiglio di Stato, Cassis non ha eluso il problema. «Quello che a me preme molto è riuscire a normalizzare e rendere migliori i rapporti tra Ticino e Lombardia e tra il Cantone e l’Italia – ha detto alla stampa – uscendo un po’ dal dramma psicologico nel quale viviamo da oltre 10 anni. Una situazione che non va bene tra vicini che hanno relazioni commerciali fortissime. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte a realtà così importanti, al di là di alcune suscettibilità».

Da sinistra, i ministri degli Esteri Ignazio Cassis e Angelino Alfano (foto dal sito del ministero degli Esteri italiano)

I punti di frizione tra Roma e Berna sono molti. L’accordo sulla doppia imposizione dei frontalieri non è certo il più importante, anche se riguarda oltre 65mila persone. Ma anche per Cassis il muro contro muro non aiuterebbe a trovare le necessarie soluzioni. «Con l’Italia abbiamo una situazione sicuramente non facile che non troverà un suo compimento fino alla formazione di un nuovo governo».

Il fatto è che adesso, in Parlamento, è stata presentata una mozione che chiede di fatto l’avallo del governo federale a un eventuale blocco dei ristorni. Un blocco che la Lega immagina possa servire come strumento di pressione, quantomeno per chiudere definitivamente la trattativa sulla riforma dell’accordo di doppia imposizione. La manovra è chiara, oltre che esplicita. E il ministro degli Esteri di Berna mostra di esserne consapevole, sebbene probabilmente non ne condivida né il merito né il metodo. La sua dichiarazione al termine del primo vertice con il governo di Bellinzona è infatti un invito alla prudenza. «Qualche volta le pressioni sono utili, nella misura in cui servono a smuovere qualcosa. Ma queste azioni devono essere portate avanti quando ci sono governi in carica con cui è possibile trattare», ha detto Cassis. Che ha anche chiesto al Consiglio di Stato di evitare scelte unilaterali, simili a quelle del 2011: «Si tratterà di decidere se questo strumento ha senso o meno, ma soprattutto, se fosse ritenuto necessario, di concordare un passo simile. Evitando dunque problemi sul piano interno».

Dario Campione

L’obiettivo dell’intesa

Nel mirino c’era la doppia imposizione

L’accordo tra Italia e Svizzera sulla doppia imposizione dei lavoratori frontalieri venne siglato il 3 ottobre 1974. L’intesa aveva effetto retroattivo al 1° gennaio dello stesso anno, ma in realtà entrò in vigore quasi 5 anni dopo, vale a dire alla fine di marzo del 1979. L’obiettivo dell’intesa era evitare la doppia imposizione fiscale (in Italia e in Svizzera). Per questo l’accordo prevede (articolo 1) che i salari e gli stipendi percepiti dai frontalieri per la loro attività dipendente siano tassati soltanto nello Stato in cui questa attività è svolta, ovvero in Svizzera. Questa norma vale tuttavia soltanto per i lavoratori che risiedono nei Comuni di frontiera, vale a dire entro i 20 km dalla linea di confine. Una parte delle tasse riscosse dai Cantoni interessati dall’accordo (Ticino, Grigioni e Vallese) viene ogni anno riversata all’Italia sotto forma di “ristorni” per compensare il mancato gettito fiscale dei cittadini residenti. Dal 1985 la percentuale di questa compensazione tributaria è del 38,8%. In precedenza era stata più bassa: 20% nella fase iniziale e 30% in quella successiva. I ristorni sono girati a giugno di ogni anno dai Cantoni alla Ragioneria generale dello Stato italiano che, dopo due esercizi fiscali, li riversa direttamente ai Comuni e alle Regioni interessati. In media, per ciascun frontaliere i ristorni ammontano a circa mille euro l’anno.

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