L’obbligo di iscrizione alla LIA slitta a fine anno ma adesso è tutti contro tutti

Ormai è caos sull’albo anti-padroncini italiani

La Lia c’è. Ma anche no. L’obbligo di iscrizione o di rinnovo all’albo degli artigiani persiste. Ma il termine ultimo per la presentazione delle domande è slittato di nove mesi: dal 31 marzo al 31 dicembre.

La legge serve, dicono tutti. Ma il governo di Bellinzona «intende sottoporre» comunque al Parlamento cantonale, nelle prossime settimane, una proposta di «abrogazione». E nel frattempo «conferma la richiesta, già formulata alla competente Commissione di vigilanza, di sospendere qualsiasi procedura esecutiva per l’incasso delle tasse di iscrizione, così come il perseguimento delle contravvenzioni».

Le sentenze del Tribunale amministrativo che, tra febbraio e marzo, hanno fatto a pezzi la legislazione protezionistica votata in Ticino contro i “padroncini” italiani, stanno producendo una specie di terremoto. Politico e organizzativo. Una sorta di tutti contro tutti. Che crea ovviamente confusione. E induce, nel contempo, ad alcune considerazioni.

Partiamo dalla fine. Dall’ultima notizia. Il 30 marzo, i deputati cantonali Simone Ghisla (Ppd) e Fabio Schnellmann (Plrt) hanno presentato una mozione con cui chiedono che il governo stabilisca tempi e modi di restituzione «agli artigiani residenti» (non, quindi, agli italiani) dei soldi che questi hanno dovuto pagare sia per iscriversi all’albo introdotto dalla Lia sia per onorare eventuali multe legate alle procedure di iscrizione.

«L’inevitabile rinuncia alla Lia non deve in alcun modo costituire il primo passo alla rinuncia della tutela dell’artigianato locale dalla concorrenza sleale dei padroncini», scrivono nel testo della mozione i due parlamentari. Ancora una volta mettendo in evidenza il gigantesco equivoco con cui in Ticino si sta giocando da anni per avere consenso: ovvero, l’esistenza (o la possibilità) di una “riserva” giuridica. L’idea, cioè, che «tutti i cittadini sono uguali ma alcuni – i ticinesi – sono più uguali degli altri».

Ma la Svizzera è uno Stato di diritto. E come hanno spiegato i giudici amministrativi nei loro pronunciamenti, «la Legge sulle imprese artigianali è lesiva della Legge federale sul mercato interno e anche del principio di proporzionalità». Viola il cosiddetto «diritto superiore» al quale i Cantoni devono uniformarsi.

Tutto questo, però, sembra non fare breccia. Anzi. Si moltiplicano gli attori sociali che paiono difendere l’indifendibile.

E questa è la seconda notizia di rilievo: anche il sindacato intende difendere le norme giudicate illegittime in un’aula di Tribunale. O almeno salvaguardarne la direzione politica.

Paolo Locatelli, segretario regionale dell’Ocst e responsabile cantonale del sindacato cristiano sociale per i settori dell’edilizia e dell’artigianato, è stato chiaro: «La Lia non è il Titanic. Fatico a capire il comportamento pavido e irresponsabile del Consiglio di Stato che, al primo inciampo giuridico, ha abbandonato la nave».

Le parole di Locatelli sono arrivate nel corso di una conferenza stampa congiunta convocata assieme ad altre sigle sindacali e ai rappresentanti delle associazioni d’impresa (Uae Ticino). «L’Ocst è pronto a combattere con ogni mezzo per salvare uno strumento preventivo fondamentale per poter intercettare quelli che pensano che il Ticino sia l’Eldorado ha detto Locatelli, riferendosi ovviamente agli artigiani italiani. Non si può lasciare la Lia perché c’è stato un inciampo».

La battaglia è appena iniziata. E potrebbe sfociare persino in un referendum se il Parlamento di Bellinzona dovesse decidere di abrogare la legge. «Siamo determinati a scendere in piazza per difendere la Lia e ad andare fino al Tribunale federale», ha detto ancora Locatelli.

La situazione, come detto, è più che confusa. Quasi irragionevole. Il 29 marzo il governo ticinese ha incontrato i rappresentanti della Commissione di vigilanza della Lia, gli imprenditori delle associazioni dell’edilizia e gli stessi sindacati. Una riunione servita soltanto a ribadire le opinioni di ciascuno. Il Consiglio di Stato (che ha poi messo nero su bianco la sua posizione pubblicando sul sito istituzionale un comunicato stampa), ha ribadito che dopo le sentenze del Tribunale cantonale amministrativo l’albo anti-padroncini italiani va chiuso. Gli altri interlocutori insistono invece su una revisione della legge. Anche in forma «light».

Così l’ha definita Renzo Ambrosetti, presidente della commissione di Vigilanza, secondo il quale è possibile rivedere «campo di applicazione, procedure, importo della tassa» e tutto ciò che possa ostacolare l’allineamento della norma al diritto federale. Si parla quindi di autocertificazione, di gratuità dell’iscrizione all’albo oppure di trasformare lo stesso obbligo di iscrizione in una richiesta di notifica per le ditte che provengono dall’Italia. In questo senso sta lavorando un gruppo di lavoro che dovrà consegnare al governo ticinese una bozza di riforma entro la fine di aprile. Sullo sfondo, rimangono però in piedi tutte le tensioni, soprattutto quelle con il mondo delle imprese artigiane che con la Lia pensavano di aver arginato, almeno in parte, la concorrenza estera.

Il presidente dell’Uae, Piergiorgio Rossi, ha già fatto sapere che le associazioni di categoria valutano in ogni caso la possibilità del ricorso al Tribunale federale di Losanna. «Vogliamo far valere il principio dell’interesse pubblico preponderante, come associazione riteniamo infatti che siano lesi non solo gli interessi di ordine generale, ma anche quelli della categoria dell’artigianato».

Nel frattempo la Lia c’è. Ma anche no. Le ditte che hanno presentato la richiesta di rinnovo per il 2018 sono poco meno di mille, mentre le nuove iscrizioni non superano le 250. Il 22 marzo, come detto, il governo ha chiesto alla «commissione di vigilanza, di sospendere qualsiasi procedura esecutiva per l’incasso delle tasse di iscrizione».

Il giorno dopo, con un comunicato apparso sul suo sito (e tuttora posto in apertura della homepage www.albo-lia.ch/), la commissione ha risposto che «Sino alla decisione del Gran Consiglio la legge è in vigore, come pure l’obbligo, per le imprese assoggettate, di essere iscritte all’albo e di versare i relativi emolumenti».

Dario Campione