Dopo il tragico crollo sulla strada che uccide nuovi disagi per i frontalieri

Chiusa la statale 337 della Val Vigezzo

Rabbia, polemiche e disagi dopo la grossa frana caduta sulla statale 337 della Val Vigezzo, tra l’Ossola e la Svizzera, che ha causato due morti.

Lo smottamento, favorito – ma non giustificato – dalle piogge delle ore precedenti, si è verificato nel pomeriggio della domenica di Pasqua. Vittime due ticinesi sulla cinquantina, marito e moglie, che a bordo della loro auto, travolta dai massi che si sono improvvisamente staccati dalla montagna, erano diretti al Santuario di Re. La vettura ha terminato la sua corsa in un dirupo. La Procura di Verbania indaga per omicidio colposo. L’obiettivo è accertare se vi sia stata negligenza nella manutenzione della strada.

La statale, all’altezza di Meis, frazione del Comune di Re, a poca distanza dal confine di Ponte Ribellasca, ora è chiusa e i tempi della sua riapertura sono al momento ancora incerti. Anche “Il Frontaliere” nelle scorse settimane si era occupato della fragilità dell’arteria, rilevando l’urgenza di metterla in sicurezza.

Si tratta di una delle due vie, l’altra è la statale 34 del Lago Maggiore, che migliaia di lavoratori italiani utilizzano ogni giorno per raggiungere il confine di Stato. Ora la situazione per loro (e per i turisti) diventa oltremodo complicata. Dalla Valle, le circa 1.500 persone che fino al 1° aprile percorrevano quotidianamente la 337 devono, infatti, raggiungere l’abitato di Cannobio, nell’alto Verbano, e da lì immettersi sulla strada 34 del lago per arrivare in Ticino, con conseguenti inevitabili code, soprattutto nelle ore di punta.

I fondi per la messa in sicurezza della 337 – ed è questo motivo di rabbia e indignazione – sono stati già stanziati 4 anni fa, ma non sono mai arrivati. Si tratterebbe di circa 70 milioni di euro.

Ora i lavori di somma urgenza saranno finanziati, così pare, dalla Regione Piemonte, che trasferirà i fondi al Comune per procedere (dalle prime stime, si parla di 300mila euro) mentre, come già detto, appaiono incerti i tempi del cantiere. Saranno comunque medio-lunghi, valutata la ferita profonda che ha interessato la parete montana franata – i massi hanno ostruito pure la linea ferroviaria sottostante – tanto che sale la protesta (con echi anche nella vicina Svizzera) e si annunciano, da parte dei Comitati frontalieri, azioni eclatanti per tenere viva l’attenzione su un problema irrisolto da anni. La montagna, insomma, chiede risposte.

Per la cronaca: nell’autunno del 1993, sempre una frana poco distante dal luogo in cui è caduta quella del 1° aprile scorso, aveva causato la morte di tre persone.

Nel frattempo, mentre i rocciatori sono al lavoro per evitare ulteriori cedimenti, si sono susseguite, tra le altre, anche le prese di posizione dei politici della zona e su tutte spicca quella del senatore della Lega Enrico Montani.

«Un fatto di una gravità inaudita – ha dichiarato il parlamentare eletto nel Verbano-Cusio-Ossola – ancor più se si tiene conto dell’atteggiamento sconcertante di Anas, che nel sopralluogo in Valle ha inviato un burocrate da Aosta (e non dal Piemonte come ci si sarebbe invece aspettati, ndr) che ha preso appunti per poi fare ritorno a casa».

Alessandro Garavaldi