Chi di Lia ferisce si ritrova colpito

di Claudio Ramaccini

La LIA, la legge ticinese sulle imprese artigianali che impone un albo in funzione anti-italiana, ha tradito chi l’ha voluta.

Proprio come la legge intitolata “Prima i nostri”, bocciata dal Gran Consiglio, il Parlamento di Bellinzona. Una normativa che aveva la stessa “ratio” di fondo: ostacolare i lavoratori frontalieri.

“Esiste un giudice a Bellinzona” titolavamo  il commento al numero di marzo di questo giornale, riferendoci all’altolà a disposizioni discriminanti.

Un concetto che vale anche riguardo alla vicenda della LIA e che richiama la benedetta esistenza dello Stato di diritto.

Non si può decidere a piacimento chi può circolare o svolgere attività lecite in una nazione, sempre che abbia i documenti in regola. E però, adesso che il governo cantonale chiede al Parlamento l’abrogazione della LIA, iniziano i distinguo. Antipatici e avvitati nella logica degli artigiani di serie A e di serie B. Due deputati chiedono infatti al governo che siano restituiti ai soli residenti i soldi versati per l’iscrizione all’albo.

Gli italiani si arrangino. Per loro e solo per loro vale il concetto “Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto”. Un concetto che, se applicato in Italia, verrebbe immediatamente impugnato davanti alla Corte Costituzionale, l’organo supremo che vigilia sulla legittimità degli atti e sul rispetto della Costituzione.

Perché una simile distinzione, da noi, violerebbe l’articolo 3 della Carta fondamentale: il principio di uguaglianza di tutti (non di alcuni soltanto) di fronte alla legge.

Non siamo esperti di Costituzione svizzera, ma c’è da scommettere che anche al di là del confine, una democrazia così antica abbia in sé la forza cogente di analogo principio e la capacità di applicarlo per essere coerente a se stessa.

In attesa di conferme, prendiamo nota del secondo stop, in poche settimane, a disposizioni penalizzanti per i frontalieri e in contrasto con le tutele e il buon senso.

Non è poco, a ben vedere, perché  la difesa dai soprusi scaturisce dalla stessa terra di lavoro all’estero di tanti nostri connazionali capaci. Ed è qualcosa che fa ben sperare anche per il futuro.

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