«Sfatiamo i luoghi comuni che alimentano L’AVVERSIONE verso i lavoratori frontalieri»

Parla Adria Bartolich, segretario della Cisl dei Laghi

Lo stop ai bandi Interreg (il programma di cooperazione tra Italia e Svizzera, ndr) la dice lunga sull’atteggiamento di chiusura, piuttosto rilevante da parte elvetica, nei confronti dei frontalieri. L ’ultimo risale agli anni ‘90». Il segretario generale della Cisl dei Laghi Adria Bartolich esordisce così nell’intervista che segue, entrando direttamente nel vivo delle questioni. Bartolich tende subito anche a smontare il luogo comune di una “invasione ”di lavoratori di confine in Canton Ticino. «Vent’anni fa erano 28mila e prima degli Accordi bilaterali del 2002 tra Berna e Unione Europea il monitoraggio era preciso dice Oggi spetta ai lavoratori dichiarare la cessazione da un impiego e non tuttilo fanno.L ’attuale numero dei frontalieri, quindi, è probabilmente sovrastimato rispetto al dato reale. Sarebbe invece importante conoscere la cifra esatta». Segretario, l’ondata anti-italiana in Canton Ticino ha avuto una notevole progressione negli ultimi anni. Si è esplicata e si traduce tuttora in iniziative politiche e legislative vessatorie e spesso discriminatorie. La preoccupa questo clima? «Non solo preoccupa me, ma dovrebbe preoccupare gli imprenditori d’o l t re c o n fine. Il tema, inutile girarci intorno, è protezionismo sì o protezionismo no. E io non penso che la Svizzera possa proseguire a lungo a essere un Paese isolato. Ha grandi relazioni e molte multinazionali operanti sul suo territorio: si autodanneggia».

La tesi ricorrente, soprattutto nella visione dei partiti xenofobi, è: i frontalieri sottraggono posti di lavoro ai ticinesi… «Conosco questa obiezione, che si basa in parte sul l’idea che un tempo i frontalieri avevano profili professionali medio bassi, ora invece medi e, pertanto, troverebbero occupazione, oltre che nell’industria, anche nel terziario, settore tradizionalmente retaggio degli indigeni. Sfatiamo allora un altro luogo comune: molti cittadini italiani trovano lavoro in Ticino grazie alle agenzie interinali, che sono classificate come operanti nel terziario. Per trascinamento c’è quindi questo automatismo secondo cui tutti i frontalieri opererebbero ormai in quell’ambito. Una bufala». Si attende il verdetto del Gran Consiglio, il Parlamento del Cantone, sul salario minimo. Spesso ai frontalieri sono praticati salari più bassi degli altri lavoratori. «Il problema del dumping salariale è di frequente dovuto al fatto che il datore di lavoro oltreconfine assume cittadini italiani con una determinata professionalità e li demansiona immediatamente.

Di conseguenza il salario è più basso.Si tratta di definire standard precisi. Al tempo stesso, io non credo che il salario debba essere definito per legge perché questa mossa irrigidisce il mercato. La regolamentazione deve avvenire attraverso i contratti. Decisiva, poi, è la coscienza degli imprenditori. Ne approfitto per aggiungere che è invece ottimo il modello di apprendistato svizzero: formazione scolastica, poi lavorativa e infine si lavora e basta. Il diploma finale riconosce la condizione di “lavoratore formato”e questo evita ambiguità e sfruttamento, come invece avviene in Italia». Un’ultima domanda: la comunità di lavoro della Regio Insubrica non è una grande occasione mancata? «Purtroppo è così. Vista la composizione della Regio Insubrica, ha indubbiamente giocato a sfavore anche la vicenda italiana dell’abolizione delle Province, poi rimasta in sospeso con la vittoria del “no”al referendum costituzionale del 2016. Le Province sono state reintegrate, ma oggi cosa sono esattamente? Vanno rimesse in sesto».
Marco Guggiari

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