Doppia imposizione fiscale. La politica ALZA UN MURO sugli accordi italo-svizzeri

Il destino dell’accordo sembra decisamente segnato

Prima gli italiani. E, soprattutto, prima i frontalieri. Le urne del 4 marzo potrebbero aver sepolto definitivamente la bozza di intesa siglata nel febbraio 2015 da Italia e Svizzera con cui si intendeva rivedere il sistema di doppia imposizione per i frontalieri. Le avvisaglie di una frenata erano peraltro chiare da moltissimo tempo. Il piano di revisione delle aliquote è rimasto nel freezer del Parlamento di Roma almeno due anni senza che nessuno sentisse il bisogno di scongelarlo e portarlo all’attenzione di una delle due assemblee. Né Camera né Senato hanno mai discusso il testo, al punto che alcuni deputati eletti all’estero (ma anche non pochi parlamentari delle province di confine)

avevano più volte interpellato il governo proprio per conoscere in dettaglio i contenuti del protocollo firmato dai ministri Pier Carlo Padoan ed Eveline Widmer Schlumpf. Poi è arrivata la campagna elettorale. Lunga. Anzi, lunghissima. Tutto si è arenato sulle sabbie (im)mobili del consenso.E anche le feroci critiche dei sindacati all’ipotesi di modificare l’attuale sistema fiscale hanno consigliato prudenza. Nelle ultime settimane, il destino dell’accordo è parso infine inesorabilmente segnato. In particolare quando, il 24 febbraio scorso, il leader della Lega Matteo Salvini, in un’intervista rilasciata ai microfoni di Rtl 102.5, ha espresso un’opinione che agli addetti ai lavori è apparsa quasi definitiva. «L ’accordo con la Svizzera è un’enorme fregatura per i circa 70mila lavoratori frontalieri che non avranno più a che fare con lo Stato svizzero ma con lo Stato italiano e l’Inps», ha sentenziato Salvini. Secondo il quale gli stessi frontalieri, nell’eventualità di una ratifica dell’intesa, avrebbero
dovuto «iniziare ad accendere i ceri alla Madonna». Gesto di devozione o di preoccupata scaramanzia che avrebbero dovuto affrettarsi a mettere in pratica anche i sindaci dei «Comuni di confine che, per avere i cosiddetti ristorni, cioè i soldi derivanti dalla tassazione, non si riferiranno più alla Svizzera, ma allo Stato italiano». Ma dubbi e ripensamenti non sono stati, durante la campagna elettorale, soltanto del centrodestra. Anche il 13 febbraio il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, vicesegretario nazionale del Partito Democratico e in passato segretario lombardo dei Dem, intervenendo a un incontro con militanti e sostenitori a Lugano, ha tenuto un profilo bassissimo. «Abbiamo l’intenzione di giungere a un’intesa politica definitiva sull’accordo fiscale e ci interessa portare a compimento questo confronto in maniera positiva – ha spiegato Martina, aggiungendo però che – nel contempo dobbiamo ancora trovare alcuni punti di equilibrio rispetto ad alcuni temi. Si vedrà come evolverà nel corso delle prossime settimane il quadro della situazione». L’evoluzione è stata chiara.

Ed è quella del voto del 4 marzo. Con Salvini pronto a bloccare ogni intesa «che possa ledere i diritti acquisiti dei frontalieri»e i distinguo del Pd lombardo, l’intesa sembra avere un unico, possibile destino: il bidone della spazzatura . Peraltro, una sonora bocciatura dell’accordo è arrivata negli ultimi giorni prima del voto anche dal Movimento 5 Stelle che con la varesina Daria Costeniero, intervistata dal portale di informazione della Tv svizzera, ha fatto capire di non voler appoggiare una simile riforma. «Con questa intesa ha detto Costeniero – il carico fiscale dei frontalieri sarà molto più pesante e tutti saranno costretti, in quanto italiani, a ricordarsi ancor di più quanto sia vorace il fisco. La vigente regola di tassazione ha invece consentito di avere maggiori disponibilità di reddito eciò è sicuramente una cosa positiva per le ricadute economiche
dirette ed indirette da entrambi i lati della frontiera». Insomma, la politica vecchia e nuova ha alzato un muro contro il protocollo firmato ormai oltre tre anni fa in Prefettura a Milano. Un muro che il Parlamento appenau scitodalle urne del 4 marzo ha reso probabilmente molto più solido e quasi invalicabile. Le vecchie Camere avevano peraltro chiesto a più riprese al ministro degli Esteri, Angelino Alfano, di riferire in aula sul tema. Soprattutto dopo l’approvazione praticamente unanime a Montecitorio di una mozione (presentata dal deputato Pd di Gallarate Angelo Senaldi e firmata da 21 parlamentari di partiti diversi) nella quale si richiamava la Farnesina al «rispetto degli impegni» assunti «dall’allora ministro Paolo Gentiloni su due punti chiave: la realizzazione dello “Statuto del frontaliere ”, da approvarsi congiuntamente all’accordo fiscale e per il quale i lavori del tavolo appositamente creato alla Farnesina risultano appena agli inizi e le garanzie di parte svizzera sulla libertà di circolazione delle persone». Alfano non ha mai riferito. E tutto è rimasto come prima.
DarioCampione