L’amarcord del funzionario di dogana

La memoria di un episodio leggendario aleggia ancora negli uffici della dogana di Ponte Chiasso. Il governatore della Banca d’Italia in persona, diretto a un convegno di economisti in Svizzera, fermato in frontiera da un solerte brigadiere. E poi, una volta accertata la sua identità, lasciato andare senza ulteriori formalità.

Quante storie di transiti leciti e illeciti, di valuta e poi dadi, sigarette, radioline a transistor – e  droga ed esseri umani in anni più recenti – potrebbe raccontare ogni valico di confine? E come è cambiata nel corso degli anni la tipologia umana del frontaliere, ossia di chi quella frontiera deve valicare come tracciato fisico e simbolico tutti i giorni, per portare oltre confine la propria manodopera e competenza professionale per guadagnare uno stipendio?

Un esperto in materia doganale e una fonte inesauribile di aneddoti  è un servitore dello Stato italiano che ha passato la vita alle dipendenze del ministero delle Finanze,  Paolo Cascavilla, classe 1936. Per molti anni ispettore a Ponte Chiasso e poi direttore tributario alla Stazione Internazionale di Chiasso dove è rimasto fino al 2003, data in cui è andato in pensione come dipendente del ministero delle Finanze. Una personalità anche del mondo culturale, come storico fondatore e presidente fino al 2014 del Circolo “Cultura, insieme” di Chiasso.

Sono venti metri «lastricati d’oro», nel sentire comune, quelli che dividono la parte tricolore da quella rossocrociata della dogana, e che Cascavilla ha raccontato in un recente  libro autobiografico. «Un tempo il controllo su chi passava la frontiera era capillare – ricorda  – E di conseguenza al valico si creavano file importanti di veicoli in attesa. Tanto che le autorità svizzere a un certo punto, con un sovraccarico conseguente di lavoro, ci chiesero di istituire una terza corsia a Ponte Chiasso per snellire il traffico. Un tempo, con i dazi doganali attivi, la vera dogana va sottolineato era quella commerciale, che richiedeva una competenza merceologica non indifferente. Poi le norme cambiarono e  si passò ai controlli a scandaglio».

«La dogana italiana – precisa ancora Cascavilla – non ha mai richiesto ai frontalieri di documentare la propria attività di lavoro, cosa che invece poteva capitare con i doganieri svizzeri che ricorrevano appunto a tale procedura di identificazione professionale. In generale chi va per lavoro in Svizzera e torna a casa alla sera non pensa ad altro che a faticare, reca con sè merci per uso strettamente personale e non fa certo attività di contrabbando, è bene ribadirlo: non ne ha l’occasione e il tempo, e soprattutto non ne ha l’habitus mentale». Cascavilla ricorda il caso di un uomo con la gamba di legno che andava a lavorare in Svizzera in bicicletta. «La gamba finta era cava, e l’aveva riempita con un po’ di prodotti». Immaginiamo l’imbarazzo e la difficoltà logistica, per i funzionari di dogana, nella gestione di un caso simile.

E ricorda un camionista che lasciava il mezzo dove ora sorge la chiesa di Ponte Chiasso, attraversava la dogana e poi tornava indietro. «Una volta lo trovammo con un pacchetto di sigarette per scarpa». Peccati venali, insomma. I veri traffici, quelli difficili da verificare e sanzionare, avvengono altrove e con ben altre quantità e modalità.  Ma tra i tanti episodi raccontati da Cascavilla nel suo libro “Venti metri lastricati d’oro”, quello di un frontaliere particolare, che si riteneva al di là di ogni sospetto per l’abito che indossava. Un sacerdote colto in flagranza con la merce sotto la tonaca in frontiera: «Sigarette, sigari, radioline, estratti per brodo, caffè, saccarina, bustine di zafferano», uscirono dalla cornucopia dei suoi mutandoni «diventati due enormi salsicce ripiene che limitavano l’incedere normale del possessore; circostanza che aveva dato adito al sospetto della violazione».

Lorenzo Morandotti

 

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