La vera sfida in Ticino è il contratto collettivo

Il difficile mestiere del sindacalista dalla parte “sbagliata”. Qualcuno potrebbe vederla anche in questo modo, soprattutto chi pensa che i frontalieri siano soltanto un problema per il mercato del lavoro ticinese.

Non Renato Ricciardi, sindacalista Ocst, che tenta di riportare la discussione sui lavoratori italiani in Ticino lungo binari più corretti. «Uno squilibrio c’è, è inutile negarlo – dice – ma sono possibili anche i correttivi. Il fatto è che bisognerebbe vincere una duplice battaglia: sulla contrattazione collettiva e sulle soglie di salario minimo. Solo questi due strumenti potranno arginare il fenomeno del dumping salariale e più in generale delle pessime condizioni di lavoro a cui spesso sono sottoposti in particolare i lavoratori frontalieri, che diventano loro malgrado protagonisti di una concorrenza sleale».

La battaglia sul salario minimo, in verità, è iniziata da tempo. E grazie a un voto popolare e a una sentenza del Tribunale federale dovrebbe far segnare a breve un primo punto fermo. La prima, invece, resta terreno di scontro.

«Alcune derive si possono bloccare soltanto negoziando i salari a livello collettivo – insiste Ricciardi – la deregolamentazione favorisce unicamente i datori di lavoro che speculano e guardano ai propri interessi. A chi, in modo demagogico, parla dei frontalieri che rubano il posto ai residenti rispondiamo che solo attraverso il riconoscimento di livelli salariali corretti si potrà ridare chances ai giovani ticinesi». Finché non saranno posti questi correttivi, il flusso di frontalieri sottopagati non potrà diminuire. Anche in settori importanti del terziario «nel quale manca purtroppo una tradizione sindacale», ammette Ricciardi, dal commercio agli studi di architettura o di ingegneria, «comparto nel quale ci stiamo fortemente impegnando per implementare un contratto collettivo di lavoro proprio per contrastare una deregolamentazione selvaggia che penalizza l’offerta di figure professionali provenienti dal Cantone». C’è poi, come detto, la questione del salario minimo.

Il Governo ticinese ha proposto un disegno di legge dove si prevede di fissare la soglia del salario minimo tra i 18,75 e i 19,25 franchi all’ora.

Secondo le previsioni del Consiglio di Stato, saranno circa 10mila i lavoratori interessati da questa riforma, 6.100 dei quali frontalieri e quasi 4mila residenti. «Chi parla di un regalo ai frontalieri dice una cosa non vera – aggiunge Ricciardi – i dati indicano infatti che meno del 10% dei frontalieri potrà godere di un aumento di salario. Il rischio vero è che senza una contrattazione collettiva, la soglia inferiore del salario minimo possa essere quella su cui si assestano alcune imprese, soprattutto nel terziario. Se il salario minimo è e resta uno strumento importante per contrastare il dumping, è anche vero che la contrattazione collettiva, a tutela più completa delle condizioni di lavoro, non è più un accessorio ma una condizione indispensabile».