La nuova battaglia elvetica per difendere il lavoro indigeno

Stavolta la battaglia non è soltanto contro i frontalieri. Almeno nelle intenzioni dei promotori. Il cui obiettivo sembra essere invece più ampio: difendere il lavoro «indigeno» arginando, fin dove è possibile, il «dumping salariale», ovvero l’assunzione di manodopera con contratti economicamente molto al di sotto dei minimi stabiliti dalla legge (e dal buon senso).

Nonostante il parere contrario del governo cantonale, messo nero su bianco già alla fine dello scorso mese di agosto, il Parlamento di Bellinzona si appresta a votare a maggioranza una «iniziativa in forma generica» – primo firmatario il deputato-sindacalista chiassese Giorgio Fonio (Ppd) – sulla verifica sistematica di ogni nuova domanda di permesso di lavoro e di ogni domanda di rinnovo.

Qualcosa che somiglia molto lontanamente al controllo del casellario giudiziale, idea crollata sotto i colpi della sua sostanziale inefficacia e delle rimostranze politiche giunte da oltrefontiera. Il bersaglio, questa volta, almeno indirettamente, sono le imprese. E la scelta di queste ultime di trasformare il salario nella variabile più importante dei loro potenziali profitti.

L’istituto dell’iniziativa generica, che in Italia non esiste, è in sostanza simile a una mozione: obbliga il governo a presentare, in tempi ragionevolmente brevi, un testo di legge o un «complemento» alle leggi cantonali che recepisca la proposta approvata dal Parlamento.

Superando il niet del consiglio di Stato, l’iniziativa di Fonio ha raccolto in commissione il consenso praticamente di tutti i gruppi parlamentari, con la sola eccezione dei Liberali che hanno presentato un rapporto di minoranza.

«La nostra proposta è sostenuta dal mio sindacato, l’Ocst, ma anche dai colleghi di Unia. Non piace invece agli ambienti economici e ai Liberali», dice Fonio. E il motivo è facile da capire: il vantaggio competitivo esercitato muovendo a piacimento la leva del frontalierato, verrebbe messo in forte crisi.

La verifica sistematica chiesta dal deputato popolare-democratico potrebbe infatti sostanzialmente bloccare ogni permesso rilasciato a lavoratori assunti con contratti sotto la soglia minima. «Scongiurare sul nascere abusi nell’applicazione delle regole fissate all’interno dei contratti collettivi», così come si legge nel testo dell’iniziativa, impedirebbe «assunzioni con stipendi più bassi del dovuto. Oggi – spiega ancora Fonio – anche se un datore di lavoro allega alla richiesta di permesso un contratto stipulato a condizioni economiche inferiori a quelle stabilite dalla legge, il permesso viene concesso ugualmente. È un incredibile paradosso, perché di fatto l’abuso viene certificato dallo stesso Cantone che non interviene».

Nel suo rapporto, pubblicato il 23 agosto, il consiglio di Stato ha chiesto al gran consiglio di Bellinzona di respingere l’iniziativa di Fonio. «Gli accordi internazionali sottoscritti dalla Confederazione – si legge nel testo governativo – non permettono l’introduzione di un controllo preliminare e sistematico delle condizioni salariali all’atto dell’esame delle condizioni per il rilascio o per il rinnovo di un’autorizzazione di lavoro o di soggiorno per i cittadini comunitari».

Nemmeno la battaglia contro i salari da concorrenza sleale, a detta del governo ticinese, giustificherebbe l’iniziativa. «La lotta al dumping salariale e la tutela del mondo del lavoro nel nostro Cantone – era la conclusione del rapporto – viene perseguita tramite strumenti provvisti della necessaria base legale (controlli da parte dell’Ufficio dell’ispettorato del lavoro o delle commissioni paritetiche)».

Ma le obiezioni del Consiglio di Stato non hanno convinto la maggioranza del Parlamento. «La decisione se accogliere o meno il principio dell’iniziativa è soprattutto di natura politica – scrive infatti il relatore del progetto in commissione, la deputata dei Verdi Michela Delcò Petralli, che poi aggiunge – La situazione del mercato del lavoro ticinese è ormai nota a tutti: dumping salariale, esclusione dei residenti, precariato, disoccupazione sono fenomeni endemici, che devono assolutamente essere combattuti e arginati anche per evitare l’esplosione dei costi sociali e per mantenere la coesione sociale. Sul tavolo del Parlamento sono arrivate molteplici proposte per arginare il deterioramento delle condizioni di lavoro in Ticino, alcune anche avallate in votazione popolare: segnatamente, l’iniziativa per introdurre un salario dignitoso e quella denominata Prima i nostri. Al di là della loro effettiva efficacia e applicabilità, su cui non tutti i partiti sono concordi, non v’è dubbio che la volontà popolare spinge per l’adozione di una rete di protezione del mercato interno».

Dario Campione

1 commento

  1. La legge scaturita dall’iniziativa “Salviamo il lavoro in Ticino” è tuttora in discussione; aldilà dei settori lavorativi protetti da CCL o Contratto normale di lavoro, non esiste ancora un salario minimo legale in Ticino. Inoltre, dal momento in cui la legge sui salari minimi entrerebbe in vigore, i datori di lavoro avranno comunque 3 anni di tempo (36 mesi) per adeguarsi . Quindi, tornando alla misura sopra discussa, mancando la base legale di un salario minimo, il datore di lavoro che assume un frontaliere con un salario ritenuto adeguato dall’ufficio stranieri (per un posto di lavoro NON sottoposto a CCL o Contratto normale) potrebbe modificarlo senza fare nulla di illegale il giorno dopo che il frontaliere ha ricevuto il permesso. Inoltre, se un lavoro non è sottoposto a CCL o Contratto normale, l’ufficio stranieri non ha di fatto nessuna base legale per negare il permesso a un frontaliere italiano che viene assunto in Ticino con un salario inferiore alla “media nazionale”, essendo tale media un calcolo dettato dalle statistiche e non dalla legge. A mio parere, per proteggere il lavoro indigeno, le due misure – salario minimo e controllo richieste permessi – sono da mettere in atto come un unico pacchetto.

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