Sul salario minimo decide il Consiglio di Stato

Conto alla rovescia per il salario minimo. Bellinzona deve decidere Attese le scelte del Consiglio di Stato

Da una parte le associazioni imprenditoriali che non vogliono oltrepassare la barriera dei 3mila franchi al mese, dall’altra sindacati e promotori del referendum “Salviamo il lavoro in Ticino!” che non accettano di scendere sotto i 3.500 franchi, in mezzo la sentenza del Tribunale federale di Losanna che ha sancito la legittimità del salario minimo adottato nel Cantone di Neuchâtel, fissato a quota 20 franchi all’ora (circa 3.500 franchi all’anno).

Entro metà novembre il governo di Bellinzona dovrebbe finalmente dirimere la questione anche per il Ticino. La definizione di un salario minimo, sotto il quale gli stipendi, compresi quelli dei frontalieri, non potranno scendere, è una controversia che si trascina, irrisolta, dal giugno del 2015, quando il 54,7% dei ticinesi ha votato a favore del referendum promosso dai Verdi che chiedeva l’introduzione di una paga minima.

Sindacati e Verdi non vogliono che la mensilità sia inferiore a 3.500 franchi, gli imprenditori giudicano insostenibile tale cifra e non sono disposti a superare i 3mila franchi. Il Consiglio di Stato ticinese – che sul tema del salario minimo ha costituito un gruppo di lavoro presieduto dal capo del Dipartimento delle finanze e dell’economia, Christian Vitta – ha tentato una mediazione senza però trovare una soluzione condivisa.

Toccherà ora allo stesso esecutivo di Bellinzona decidere come configurare il salario minimo in Ticino, visto che i cittadini ne hanno chiesto l’introduzione due anni fa e considerato che i giudici del Tribunale federale hanno spazzato via i dubbi di legittimità spiegando che si tratta di una misura sociale che non lede il principio della libertà d’impresa. La proposta formulata dal Consiglio di Stato dovrà poi passare al vaglio del Gran Consiglio, il parlamento ticinese.

Vitta, da noi interpellato, ha preferito non intervenire e attendere che il Consiglio di Stato prenda una decisione in merito. Oltre al piano economico, bisogna anche tener conto di quello politico, visto che, per esempio, Norman Gobbi, esponente della Lega dei Ticinesi e collega di Vitta nel governo di Bellinzona, ha più volte espresso il timore che il salario minimo si traduca in un regalo ai frontalieri, facendo aumentare le loro retribuzioni, in media pari a 14-15 franchi all’ora, dunque inferiori ai 20 franchi di Neuchâtel.

Secondo una stima del presidente dell’Associazione industrie ticinesi (Aiti), Fabio Regazzi, dei circa 12mila lavoratori con stipendi inferiori a 3.500 franchi attivi oggi in Ticino, ben 12mila sarebbero frontalieri.

A Neuchâtel il salario minimo è lo stesso per tutte le categorie di lavoratori, senza differenziazioni, con alcune eccezioni, per esempio per il settore agricolo. Il governo di Bellinzona deve decidere se proporre un salario minimo unico o differenziato.

Intervistato nel corso della trasmissione “Il Quotidiano” della Rsi subito dopo la pubblicazione della sentenza del Tribunale federale (il 4 agosto scorso), Vitta ha dichiarato che «il governo ticinese ha preso atto di questa sentenza che dà i limiti e i parametri su come calcolare il salario minimo», precisando però che questi paletti «devono ovviamente essere adattati alla nostra realtà ticinese», senza sbilanciarsi sulle cifre «perché è presto per darle». Vitta ha aggiunto che la sentenza «chiarisce che la paga minima non è uno strumento contro il dumping salariale ma è una misura sociale» e allora, ha concluso, «è difficile immaginare che un assegno sociale possa essere differenziato per categorie».

Marcello Dubini

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