Nella sanità un operatore su cinque è frontaliere italiano

Nel privato si arriva fino a metà del personale.

Uno su cinque tra gli occupati del comparto della sanità in Svizzera è un frontaliere. Tutto quello che ruota attorno alla cura e alla salute nella Confederazione Elvetica, registra una presenza significativa di personale proveniente da oltreconfine. Una situazione che non riguarda solo il Ticino, ma accomuna, con piccole variazioni, tutti i Cantoni elvetici. E che sembra destinata a proseguire e probabilmente anche a crescere.

L’ultima statistica disponibile aggiornata in modo completo è della fine del 2012. «Non c’è un dato altrettanto completo più aggiornato, ma da allora però ci sono stati pochi cambiamenti che si sono tradotti in un leggero aumento del numero complessivo degli stranieri», chiarisce Gianni Guidicelli, vicesegretario cantonale dell’Ocst.

I numeri, dunque. Secondo il Consiglio di Stato, al 31 dicembre del 2012 gli occupati nel comparto sanità, in ospedali pubblici, cliniche private e case di riposo, oltre che nel servizio di assistenza a domicilio erano 12.400. Tra questi, il 20%, pari a circa 2.400 persone, erano frontalieri.

La percentuale varia anche in modo significativo da una struttura all’altra. «Nell’ente ospedaliero, che corrisponde per semplificare all’ospedale pubblico – spiega Giudicelli – la presenza degli stranieri è più limitata e si attesta attorno al 13%. Questo significa che il dato è molto maggiore se prendiamo in considerazione il privato. In questo tipo di strutture, i frontalieri arrivano ad essere anche la metà del personale impiegato».

Le differenze riguardano anche il tipo di attività. La percentuale maggiore della presenza di frontalieri è quella relativa al personale infermieristico, mentre il dato scende nel comparto tecnico e amministrativo e per altre figure professionali legate comunque al mondo della sanità. «Limitatamente agli infermieri – precisa l’esponente dell’Ocst – il dato dei frontalieri arriva al 23% anche nell’ente ospedaliero pubblico».

La presenza massiccia di stranieri tra gli occupati nel settore della sanità è legata in primo luogo alla necessità di figure professionali qualificate. Il nodo centrale, in pratica, è legato alla formazione degli operatori.

«In Svizzera abbiamo indubbiamente bisogno di personale curante formato e qualificato -spiega il sindacalista – Detto in altre parole, nella Confederazione Elvetica, non forniamo un numero sufficiente di operatori sanitari. Questo riguarda sicuramente il Canton Ticino come le altre zone della Svizzera».

Addirittura, stando ai dati più recenti, la Svizzera garantisce la formazione solo della metà degli operatori dei quali in realtà ha bisogno il mondo della sanità elvetica. «Nel territorio della Confederazione Elvetica in un anno vengono formati circa 2.500 infermieri, persone che completano il percorso di studio e sono dunque pronti per essere inseriti nel mondo del lavoro. A fronte di questo numero, il bisogno reale delle strutture ospedaliere, delle case di riposo e dei servizi di assistenza è di 5mila ogni anno. Il gap è quindi molto significativo e l’unico modo per sopperire a questa carenza di figure professionali è ricorrere agli stranieri».

La prassi è consolidata da anni. Verrebbe quasi da dire che storicamente la Svizzera ricorre a personale infermieristico proveniente da oltreconfine. In particolari momenti, in passato, questo si è tradotto anche in un problema serio per gli ospedali e le strutture sanitarie italiane della fascia di confine, che, non potendo competere in termini di salari con gli omologhi elvetici, si sono trovati alle prese con una autentica fuga di operatori sanitari e con la difficoltà a reperire un numero sufficiente di infermieri.

«La figura del frontaliere nell’ambito della sanità è sicuramente meno oggetto di contestazioni e polemiche – spiega Giudicelli – Questo sia perché, come detto, il gap tra domanda e offerta è tale che abbiamo oggettivamente bisogno di operatori sanitari stranieri, sia perché nella quasi totalità dei casi le assunzioni sono regolate da contratti collettivi di lavoro e si sente molto meno dunque il tema del gap salariale tra svizzeri e frontalieri tanto contestato in altri ambiti».

«Nel privato e in parte nel settore delle case di riposo e delle cure a domicilio ci sono situazioni non regolate da contratti collettivi – continua l’esponente dell’Ocst – ma si tratta di un numero più contenuto e comunque l’eventuale differenza delle condizioni economiche è limitata».

Un discorso che si estende anche al comparto dell’industria farmaceutica. «Il settore è molto sviluppato in Ticino e il personale impiegato è soprattutto qualificato e con discreti livelli retributivi – spiega Giudicelli – Anche in questo caso dunque si ricorre a personale straniero ma non si pone il tema del dumping salariale. Il personale formato spesso proviene dall’estero e non a caso molte aziende si sono insediate nel Sottoceneri, vicino alla frontiera. Il mercato interno non copre il fabbisogno di operatori specializzati e le società guardano oltreconfine».

La prospettiva per i prossimi anni è di una crescita della domanda di operatori sanitari qualificati e formati da inserire nel mercato del lavoro svizzero. «Il settore sanitario in Svizzera è in forte espansione e in prospettiva garantirà sicuramente occupazione – conclude il vicesegretario cantonale dell’Ocst – Le stime più recenti indicano, da qui al 2030, un fabbisogno per il comparto di circa 240mila unità. La crescita è esponenziale soprattutto per il settore delle case di riposo e delle cure a domicilio. A questo si aggiunge anche il fatto che il lavoro dell’infermiere è logorante e stressante e che questi professionisti in molti casi lasciano l’attività prima dell’età della pensione. È chiaro che le prospettive di un impiego nell’ambito sono decisamente buone».

Anna Campaniello

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