Fisco: quanto costa ai frontalieri la doppia imposizione ?

Nuovo regime fiscale sulla doppia  imposizione. Ma quanto costa ai frontalieri? Secondo il docente Marco Bernasconi in realtà la partita è ancora tutta da giocare.

Quanto costerà ai frontalieri il nuovo accordo tra Italia e Svizzera che riscrive il regime fiscale di doppia imposizione? «Moltissimo», dicono i sindacati e le associazioni dei lavoratori. Che infatti sono sul piede di guerra e da mesi chiedono una revisione del testo.

Ancora pochi giorni fa, in alcuni articoli pubblicati online e fatti girare soprattutto sui social network, sono state fatte previsioni nerissime sulla nuova tassazione; qualcuno si è spinto a dire che un frontaliere con un reddito di 38mila franchi annui potrebbe addirittura arrivare a pagare oltre 10mila euro in più di tasse in Italia qualora l’intesa trovasse applicazione.

Ma in realtà, si tratta di previsioni basate sul nulla. Una specie di lettura della sfera di cristallo. Che non trova alcun riscontro nei fatti.

Lo spiega a chiare lettere Marco Bernasconi, docente di diritto tributario e tra i massimi esperti della materia fiscale. «Nessuno, allo stato dei fatti, conosce né le aliquote che verranno applicate dall’Italia, né i tempi di attuazione della riforma, né l’ammontare complessivo del gettito previsto». Insomma, nebbia assoluta. La stessa che è calata sull’accordo ormai da oltre un paio d’anni.

«Lo scenario rimane opaco – dice ancora Bernasconi – tutto dipende dalla volontà politica del Parlamento italiano, ma siamo troppo a ridosso delle elezioni e ormai si è capito che fino al voto della prossima primavera non succederà nulla».

In realtà, il pessimismo dello studioso ticinese è a più largo raggio. «Non azzardo previsioni – spiega, e nella voce si riconosce un’intonazione divertita – ma ci vorranno anni prima di vedere questa riforma entrare a regime. Paradossalmente, anche qualora le Camere dovessero votare l’intesa, non esistono tempi certi per la sua entrata in vigore. La Svizzera non ha infatti inserito nel testo dell’accordo un termine perentorio entro cui l’Italia dovrà applicare il nuovo sistema di tassazione».

Una partita da giocare. Su un campo per il momento vuoto. E al buio. «Ciò che è sicuro, in questo momento, è che i frontalieri mantengono una fiscalità privilegiata per via dell’accordo internazionale sottoscritto nel 1974. Una situazione che domani potrà cambiare, ma nessuno realmente sa come». Forse non lo sa «nemmeno Padoan», scherza il professor Bernasconi. Che azzarda una sola ipotesi: «se l’Italia dovesse applicare ai frontalieri in Ticino le stesse aliquote che oggi gravano sui frontalieri negli altri Paesi confinanti o sui cittadini residenti che lavorano all’estero, allora la pressione fiscale sarebbe sicuramente maggiore».

Ma il quanto, il come e soprattutto il quando restano punti interrogativi. E i numeri che periodicamente vengono lanciati come sassi nello stagno dell’informazione, in particolare quella online, somigliano molto a quelli della smorfia dei quartieri spagnoli: sono urlati, visionari, onirici.

Poco sognatrice e molto concreta è invece la lettera che il Consiglio intersindacale delle Regioni di frontiera (Csir) ha consegnato nel giugno di quest’anno al premier Paolo Gentiloni chiedendo la «revisione» dell’accordo sia da un punto di vista fiscale sia da un punto di vista sociale. A detta dei sindacati, nel quadro dell’intesa va rafforzato «il potenziamento di alcuni meccanismi di protezione sociale per i frontalieri – dalla disoccupazione, alla maternità, dalla sicurezza sul lavoro e fino a maggiori tutele salariali – per compensare la penalizzazione fiscale».

Qualche rassicurazione c’è stata. Ma insufficiente. Il primo ministro ha mandato a un incontro fissato a Palazzo Chigi con il Csir due suoi consiglieri, Simona Genovese e Marco Leonardi, i quali hanno preso atto delle richieste, rassicurando sul fatto che la firma del nuovo accordo non è, al momento, all’ordine del giorno.

Secondo Andrea Puglia, rappresentante dell’Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese (Ocst), presente a Roma nella delegazione del Csir, la riunione è servita ma non è stata decisiva. «Abbiamo ribadito che l’accordo, così come è stato messo a punto, avrà conseguenze negative sui frontalieri. Abbiamo perciò chiesto di convocare un tavolo di lavoro per valutare attentamente queste conseguenze e studiare misure per arginare gli effetti negativi». Puglia si dice convinto del fatto che «occorrano molti correttivi: sconti fiscali e gradualità, nell’ordine di 15 o 20 anni, nell’introduzione della nuova imposizione fiscale che graverà sui frontalieri».

Sullo sfondo (confuso) di questa vicenda restano pochi dati certi. Ad esempio, i ristorni fiscali versati dai Cantoni svizzeri all’Italia. In base all’intesa bilaterale del 1974, come detto, i frontalieri residenti nella fascia di 20 chilometri dal confine sono tassati alla fonte. Il 61,2% di queste imposte resta in terra elvetica, il 38,8 viene girato a Roma che a sua volta, con un paio d’anni di ritardo, trasferisce quanto ricevuto ai Comuni di residenza dei lavoratori.

Negli ultimi anni, complice la crescita del numero dei frontalieri, i ristorni sono diventati una montagna di soldi. Nel 2015 il totale è arrivato a 77,26 milioni di franchi. Lo scorso anno – ultimo dato disponibile, annunciato nel corso del recentissimo incontro bilaterale di Luino – si è frantumata la soglia degli 80 milioni.

Dario Campione

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